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Tre Giardini

Nonostante Burian bis, l’ondata di gelo proveniente dalla Siberia, capita di vedere in questi giorni sui rami le prime gemme. Piccoli punti luce che squarciano il grigiore di certi giorni freddi di fine inverno. Per il mio carattere, sovente vittima di “certi giorni”, è un miracolo. Non tutte le mattine sono uguali. Lo scopro andando di casa in casa. Perfino i chierichetti che mi accompagnano si fanno seri in volto perché capiscono la gravità della situazione, il peso di una malattia, di un anziano, di una persona sola. Raccolgo voci – come parroco – che raccontano la fatica di alzarsi al mattino. E non per la pigrizia. Ma per l’angoscia di prendere in mano la vita.  A me è stato risparmiato il male di vivere. Ho un carattere gioviale però tendente allo psicosomatico. Non bastano i miei dispiaceri o le mie delusioni a rattristarmi, spesso mi lascio travolgere anche dai racconti che ascolto. E sto male. Per questo le chiazze di colore, le fessure di luce che le piante in fiore di questi tempi rallegrano le nostre vie, mi fanno bene al cuore. Mi parlano di un primo giardino in cui l’armonia parlava di una eterna connessione fra la natura affidata alle cure di Adamo e l’uomo stesso, maschio e femmina. Prima. Poi la sconnessione. E dunque il degrado. Sul muro delle nostre suore, dopo un’orrenda manifestazione è comparsa recentemente la scritta: “Il vostro decoro è il vero degrado”. Nemmeno Attila ragionava così. Abbiamo bisogno di non rattristare ulteriormente gli occhi di Dio che aveva immaginato l’uomo e la donna in un giardino, l’Eden. Forse non diamo più peso a tutto il carico del degrado fisico, ambientale, morale che ci circonda. Ci siamo abituati al brutto, anzi al peggio. I nostri bambini saranno abituati a gioire per il verde di un campo di calcio, ma il sogno sarebbe che si entusiasmassero nell’abbassarsi e stupirsi della crescita di un solo filo d’erba. C’è bisogno, nelle relazioni con il creato, di una vera Pasqua.

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