Tre Giardini

Nonostante Burian bis, l’ondata di gelo proveniente dalla Siberia, capita di vedere in questi giorni sui rami le prime gemme. Piccoli punti luce che squarciano il grigiore di certi giorni freddi di fine inverno. Per il mio carattere, sovente vittima di “certi giorni”, è un miracolo. Non tutte le mattine sono uguali. Lo scopro andando di casa in casa. Perfino i chierichetti che mi accompagnano si fanno seri in volto perché capiscono la gravità della situazione, il peso di una malattia, di un anziano, di una persona sola. Raccolgo voci – come parroco – che raccontano la fatica di alzarsi al mattino. E non per la pigrizia. Ma per l’angoscia di prendere in mano la vita.  A me è stato risparmiato il male di vivere. Ho un carattere gioviale però tendente allo psicosomatico. Non bastano i miei dispiaceri o le mie delusioni a rattristarmi, spesso mi lascio travolgere anche dai racconti che ascolto. E sto male. Per questo le chiazze di colore, le fessure di luce che le piante in fiore di questi tempi rallegrano le nostre vie, mi fanno bene al cuore. Mi parlano di un primo giardino in cui l’armonia parlava di una eterna connessione fra la natura affidata alle cure di Adamo e l’uomo stesso, maschio e femmina. Prima. Poi la sconnessione. E dunque il degrado. Sul muro delle nostre suore, dopo un’orrenda manifestazione è comparsa recentemente la scritta: “Il vostro decoro è il vero degrado”. Nemmeno Attila ragionava così. Abbiamo bisogno di non rattristare ulteriormente gli occhi di Dio che aveva immaginato l’uomo e la donna in un giardino, l’Eden. Forse non diamo più peso a tutto il carico del degrado fisico, ambientale, morale che ci circonda. Ci siamo abituati al brutto, anzi al peggio. I nostri bambini saranno abituati a gioire per il verde di un campo di calcio, ma il sogno sarebbe che si entusiasmassero nell’abbassarsi e stupirsi della crescita di un solo filo d’erba. C’è bisogno, nelle relazioni con il creato, di una vera Pasqua.

Dal giardino dell’Eden ad un altro. Nel libro della Bibbia che canta senza veli l’amore degli innamorati si dipinge l’abbraccio di un Dio che ha nostalgia del suo popolo. Sono pagine emozionanti quelle del Cantico dei Cantici, parlano del luogo e del tempo dell’amore. Per uno come me che crede all’amore, è duro costatare che anch’esso che dovrebbe durare per sempre… in realtà si spezza, dura poco. Amore è uscita. Noi ci chiudiamo in noi stessi. Amore è perdersi per ritrovarsi. Noi ci arrocchiamo per difenderci e perdiamo tutto di noi. Occorre uscire dall’inverno. Passata è la pioggia, passati i giorni grigi. “È primavera! Svegliatevi bambine…” cantava Rabagliati in Mattinata fiorentina. C’è bisogno, nelle relazioni fra di noi, di una vera Pasqua.
Dal giardino fiorito del Cantico dei Cantici o dei profeti come Osea, cantore dell’amore ad un terzo giardino. È quello della sepoltura e della risurrezione di Gesù. “Ora nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Parasceve dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino” (Gv 19, 42. 42). Già la sposa del Cantico urlò di dolore alla sola ipotesi di perdere l’amato. Notte insonne fu quella: “Avete visto l’amato del mio cuore?” (Cantico 3, 3). Anche il giardino del sepolcro dell’uomo di Arimatea conobbe il grido dell’assenza. Era l’alba. Non c’era ancora luce. Mattino inviolato. La tomba di Gesù fu trovata vuota. Il pianto velava gli occhi della Maddalena. Forse quell’uomo, il custode del giardino, saprà qualcosa! Lo rincorre, Lo raggiunge. Gli parla con un groppo alla gola: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Il silenzio del giardino amplificò la voce. Ah, quella voce…unica e irripetibile: la Sua! “Maria…” sussurrò Gesù. La donna lo riconobbe alla voce. Il giardino della morte, di un sepolcro, diventa il giardino della vita, di un incontro, di uno che pronuncia il tuo nome. C’ bisogno del nostro rapporto con Dio, di una vera Pasqua. Ciascuno si senta chiamato per nome, da Dio, dal fratello, dalla creazione. E “…e se mi chiami amore…mi chiamerai per nome…” (De Gregori)
Cari parrocchiani, saremmo lieti di una Pasqua così. Sarei lieto che ciascuno rivivesse una festa di Pasqua in questo modo. Capace di farci ritrovare nel giardino non di cacciate, di maledizioni, di muri, di leggi infrante… alla fine…di sepolture; ma abitare un giardino di ritrovamenti, di incontri d’amore e di passione, di grazia, di pace, di misericordia, di vita risorta.
Buona Pasqua.

Don Massimo