Natale e il mantello di san Gerardo

Alla morte del nostro patrono, bisognava aspettare ancora 25 anni prima che Francesco a Greccio ottenesse dal papa il permesso di rappresentare la nascita di Gesù. A volte mi fermo nella notte, solo e al buio, davanti a San Gerardo. E gli faccio domande strane: “Come vivevi tu il santo Natale?”
E subito mi fermo ad immaginare il bagliore degli occhi dei profeti. Gerardo è stato profeta e sentinella. E persone come queste, hanno occhi da profeti che vedono lontano e bucano la notte. Ebbene - mi sono risposto - quando sei nato tu, non c’era tutta la nostra enfasi sul Natale. Fin dai tempi delle catacombe e giusto fino al XII secolo, la centralità era tutta per la Pasqua. Natale serviva per combattere le eresie. Parlava dell’umanità di Gesù, della sua povertà.
In internet ho trovato che nel 1213 il re d’Inghilterra Giovanni offrì un banchetto natalizio e i registri reali mostrano che ordinò grandi quantità di cibarie. Uno degli ordini prevedeva 24 barilotti di vino, 200 teste di maiale, 1.000 galline, 500 libbre di cera, 50 libbre di pepe, 2 libbre di zafferano, 100 libbre di mandorle, insieme ad altre spezie, tovaglioli e tovaglie. Se non bastasse, il re ordinò allo sceriffo di Canterbury di fornirgli 10.000 anguille salate. Chissà se i signori di Lombardia facevano lo stesso? Chissà l’Arciprete del Duomo di Monza con i suoi nobili canonici…! Come viveva il Natale?

Ho trovato che i banchetti di persone meno ricche erano comunque piuttosto succulenti. Pensate al vescovo di Herefort, Richard di Swinfield. Per il Santo Natale del 1289 – è storico – invitò al suo tavolo 41 ospiti! Oltre ai tre pasti serviti quel giorno, gli ospiti mangiarono due manzi e tre quarti, due vitelli, quattro cervi, quattro maiali, sessanta polli, otto pernici, due oche, insieme a pane e formaggio. Nessuno ha tenuto il conto della birra bevuta ma gli ospiti riuscirono a consumare 40 galloni di vino rosso e altri quattro galloni di bianco.
Mi immagino al contrario come deve essere stato all’ospedale di San Gerardo, il Santo Natale. Però non voglio essere ideologico. Anche i poveri si concedevano qualcosa a Natale nel Medioevo. Si faceva festa anche tra i contadini e i registri delle case padronali a volte rivelano che il signore del luogo offriva alla sua gente dei cibi speciali. Per esempio, nel XIII secolo un pastore in una tenuta nel Somerset riceveva una pagnotta di pane e un piatto di carne la vigilia, mentre il suo cane riceveva solo una pagnotta il giorno di Natale. Altri tre fittavoli della stessa tenuta si dividevano due pagnotte di pane, un piatto di manzo e pancetta con mostarda, un pollo, formaggio, legna per cucinare e tutta la birra che riuscivano a bere durante il giorno.
Dove voglio arrivare? Chiedo a san Gerardo di ispirarci il ritorno ad un Natale più vero. Al sogno di rivivere e far vivere il Natale nella sua dimensione più vera. Noi siamo come i discepoli di Emmaus. Niente ci fa più ardere il cuore. Orpelli hanno annacquato il vangelo. E ne soffriamo. Mentre la salvezza ci appare nella nudità, nudità di parole e di vita. Quella nudità ti fa fermare per improvviso sbalordimento. Anche a Natale. Francesco, altro profeta, a Greccio prendendo fra le braccia un bambino vero (non una statua di gesso…) e nudo, lo avvolge in fasce e lo depone su ruvida paglia, nel capanno. Dà fastidio la paglia sulla pelle delicata di un neonato. È ruvida. Natale di ruvida paglia, mi immagino che fosse così anche quello di san Gerardino, fra i giacigli preparati per i malati, anziani, poveri, pellegrini e bimbi abbandonati. Capite il contrasto?
Me ne venivo, una sera di queste, per una via del centro, il sole non arrivava già più ai miei occhi. Riflettevo. E mi sforzavo di immaginare che a passare in incognito in mezzo a quel serpentone di folla in striscio di vetrine fosse lui, Gerardo. Mi andavo chiedendo se avrebbe osato un giudizio. Guardavo il serpentone di folla in striscio e struscio di vetrine. Pensai che anche a lui sarebbe venuto in mente un versetto di Giovanni: "lui conosce ciò che c'è nell'uomo" (Gv 2,25). Lui conosce. Vede oltre la vernice. Legge solitudini dello spirito con tentativi ingenui di rimozione. E mi spaventai perché per me quelle persone erano come i manichini dei negozi, figure senza volto, derubate di connotati precisi, di occhi, di labbra. Figure senza volto. A cui oggi puoi dare un vestito, domani un altro, accolgono tutto senza ribellioni, un vestito ad ogni stagione. Manichini per tutte le stagioni. Per un brivido di secondo mi prese la paura che a tanto fossimo arrivati con il cristianesimo, a un Cristo ridotto a manichino senza volto, senza la sua vita concreta, senza le sue scelte concrete, senza le sue parole e i suoi gesti, e ognuno vi attacca impudentemente il suo vestito. Non è forse quello che sta capitando?
Ecco allora che mi sovvengono le grandi parole di un prete che mi è stato padre e maestro nella fede, Angelo Casati: “Il pericolo, ma ormai non è più un pericolo, è spettacolo sotto i nostri occhi, è quello di non confrontarci più con la vita reale di Gesù. E allora può succedere che si pretenda di difendere il Natale, il mistero di un Dio che condivide, che annulla le distanze, esiliando uomini e donne che hanno un diverso colore della pelle! E che, nel giorno di una nascita in cui Dio sconfina e chiede di sconfinare, ci si ubriachi nell'orgoglio di innalzare muri! O ci si impalchi a difensori del crocifisso, il mistero di un Dio che dall'alto della croce ha abbattuto il muro della separazione e della inimicizia, dicendo "Li possano tutti ammazzà!". Cristo e cristianesimo come i manichini che scintillavano dalle vetrine illuminate a giorno. Guardavo e ritraevo gli occhi, quasi avessero sorpreso un male del cristianesimo, forse il vero male perché lo svuota, un male segnalato da sentinelle inascoltate”.
Anche Gerardo dei Tintori, oggi se camminasse per il centro di Monza, sarebbe sentinella inascoltata. Me lo immagino col suo mantello a coprire il malato abbandonato da tutti o il barbone seminudo e puzzolente. E tirare fuori dalla sua sacca tre uova sode, un tocco di pane e un orciolo di vino. Bisognerebbe inventare una nuova statuina del presepe. Non c’è. San Gerardo col suo mantello…
Dice ancora don Angelo Casati: “Il presepe, quello vero, quello dei vangeli, non ci ricorda forse il mantello di Dio, il mantello della sua compassione e della sua passione? E che altro ci rimane se non ricoprirne noi stessi e gli altri?”
Natale di grasse vivande e di stereotipate vetrine o Natale del mantello di pietà? Scegliamo.

Don Massimo