Ma cosa ci sarà poi da cambiare?

Celebrata la Pasqua – tutte le volte - l’anno pastorale scivola via inesorabilmente affascinato dall’appetibile estate che però, avendola anticipata troppo con un lungo ponte – per molti versi diseducativo – stavolta si vendica tramutandosi in inverno prolungato!

Resistiamo dunque alla tentazione di liquidare in fretta argomenti su cui vale la pena di soffermarci ancora. Il volto di Chiesa auspicato dall’Arcivescovo, per esempio. Ho l’impressione che anche questo tema non abbia interessato più di tanto. E invece a me, parroco, garba assai. E ci soffro, visto le inadempienze e le superficialità che aumentano di giorno in giorno. E lo rilancio!

Mons. Delpini presenta una chiesa ambrosiana come SEMPER REFORMANDA. E anche io sono molto stanco di sentir ripetere il solito ritornello stucchevole: “Abbiamo sempre fatto così”. Non mi piace una chiesa che si siede sul già sperimentato. Dice l’Arcivescovo Mario: “Siamo un popolo in cammino. Non ci siamo assestati tra le mura della città che gli ingenui ritengono rassicurante, nella dimora che solo la miopia può ritenere definitiva”. Noi non abbiamo più sete, ce ne accorgiamo? Noi non vediamo più bene da un pezzo e rischieremo di andare a sbattere! Vi invito – cari fedeli – ad accogliere l’invito del vescovo a “pensare e praticare con coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa, perché la Chiesa non assolutizza mai forme, assetti, strutture e modalità della sua vita… Non ha fondamento storico né giustificazione ragionevole l’espressione ‘si è sempre fatto così’ che si propone talora come argomento per chiedere conferma dell’inerzia e resistere alle provocazioni del Signore che trovano eco nelle sfide presenti”.

Un'altra bella provocazione. La Diocesi sin da novembre ha concluso un SINODO MINORE. Ci siamo interessati? Abbiamo preso in considerazione le scelte diocesane operate o indicate? Nulla. Nemmeno in Consiglio Pastorale ne abbiamo discusso. Eppure oggi un cristiano che non si accorga del mutamento in corso o è cieco o è fuori dalla storia. La Chiesa di Milano (e Monza ne è una porzione) si riconosce ‘dalle genti’ perché prende coscienza della mobilità umana. Oppure finiremo anche noi per cacciare dal quartiere San Gerardo tutti quelli che sono diversi da noi, i cittadini non italiani, le persone non cristiane? Inizieremo a condividere le posizioni di Casa Pound o di quelli che hanno avuto il coraggio di srotolare uno striscione inneggiante al fascismo proprio il 25 aprile, a piazzale Loreto? Angosciante. No, i cristiani non ci stanno. Mettiamo da parte le paure, le incomprensioni ed i muri che continuano a prevalere nei dibattiti pubblici o politici: gente dalla memoria corta, dalla lingua lunga e dalla ignoranza abissale. “Non si può immaginare perciò che il popolo in cammino viva di nostalgia e si ammali di risentimento e di rivendicazioni, perché proprio per questo si è deciso il pellegrinaggio, per uscire da una terra straniera e da una condizione di schiavitù. Non dobbiamo essere corti mi memoria. Ho fatto una ricerca: i capifamiglia con il mio cognome GAIO che sono arrivati fino alla Statua della Libertà alla fine del 1800 erano 94!!

E per non essere accusato di fare politica, voglio anche raccogliere il terzo guanto che mi sono sentito sbattere in faccia dalle parole dell’Arcivescovo: quelle sulla Messa, sull’annuncio della Parola, sulla preghiera: “Non si può essere ingenui o affidarsi all’emotività nell’accostarsi a quel libro straordinario che è la Sacra Scrittura. È quindi necessario che l’insegnamento catechistico, la predicazione ordinaria, il riferimento alla Scrittura negli incontri di preghiera, nei percorsi di iniziazione cristiana, nei gruppi di ascolto, negli appuntamenti della Scuola della Parola siano guidati con un metodo e condotti con sapienza. A che punto siamo noi di San Gerardo? Abbiamo camminato dai tempi del card. Martini, quando pullman interi partecipavano alle sue Lectio, o siamo peggiorati? E ora che quei giovani sono genitori, perché tanto disimpegno? Lasceremo evaporare tutto?

E della cura per la celebrazione eucaristica che dire? Toglierò per esempio la S. Messa in Cena Domini, quella per i ragazzi… Non si è trovato nessuno che venisse a suonare e ad animarla? E’ stato un disastro ed un alibi per non partecipare alla sera! Non mi rassegno ai ritmi della città. Non voglio farlo. Non tutti sono così ricchi da permettersi case ai monti, ai mari, in campagna. E se molte famiglie hanno bisogno di svago e relax, forza si accomodino. Ma sappiano che se si perde l’Eucaristia, non solo si perde la fede prima o poi…, ma anche ci si assume la responsabilità di far finire un volto di Chiesa, la sua identità. Fin dai primi secoli i cristiani gridavano: “Noi non possiamo vivere senza l’Eucaristia”. Adesso i cristiani gridano: “Don Massimo, non scocciare! Noi non possiamo fare a meno dei week-end!!”. Che tristezza!