BEATI QUI PERSECUTIONEM

Osservando i riquadri della fascia mediana degli affreschi dell’abside, raffiguranti le Beatitudini, troviamo, collocato all’estrema destra, l’ultimo episodio della serie: la liberazione miracolosa di Pietro dal carcere.
Tale evento è narrato negli Atti degli Apostoli, al capitolo 12, vv. 1-19, dove si presenta l’azione persecutrice del re Erode, nipote di quello citato nei Vangeli, contro i più eminenti membri della Chiesa, primo fra tutti Pietro stesso, che viene appunto catturato, incarcerato e poi liberato miracolosamente da un angelo durante la notte.
IL LIVELLO NARRATIVO ARTISTICO
L’artista, G. Barabini, che si firma e pone la data del 1857 per l’ esecuzione di tutto il ciclo absidale, in basso a sinistra sul basamento della mezza colonna, sceglie di collocare la rappresentazione, rispettando la fonte biblica, all’interno di una prigione, durante la notte. Si notano i particolari delle pareti logore e scrostate, l’ambiente spoglio, malsano e sudicio e una sensazione di freddo e buio, sottolineata dalla visione notturna sullo sfondo a sinistra, dove si intravedono una porta di ferro e degli edifici in ombra. Una robusta colonna, collocata al centro, alle spalle dell’angelo, dà un’apparente stabilità all’edificio carcerario.
Compaiono tre personaggi: in primo piano la guardia romana addormentata che si appoggia ad una mezza colonna, in secondo piano l’angelo in piedi al centro della rappresentazione che si rivolge a Pietro seduto, incatenato e apparentemente piuttosto sorpreso e perplesso; sullo sfondo c’è lo scorcio sulla città avvolta dal riposo notturno.
L’effetto narrativo e di movimentazione della scena è reso dall’artista, grazie alla disposizione degli arti inferiori e superiori dei personaggi, con un senso di “fermo-immagine”, di stasi, di blocco temporale: si vuole evidenziare il fatto che l’evento miracoloso irrompe all’improvviso nella vicenda umana e ne capovolge gli effetti, dunque tutto si ferma e si dà un nuovo inizio.
La scelta cromatica realizzata dall’artista è di tipo contrastivo: ai marroni, ocra, grigi, blu degli indumenti dei personaggi mortali e dell’ambientazione, si oppone il bianco splendente della veste dell’angelo, che simbolicamente getta sul grigiore dell’esperienza umana la luce divina. E’ proprio questa ad invadere la scena dall’alto, da Dio, come una presenza vivificante, inattesa e potente. Altri elementi artistico-narrativi colpiscono la nostra attenzione: i panneggi delle vesti sono morbidi, fluenti, voluminosi, in particolare quelli dell’angelo. La luce si riflette ed evidenzia soprattutto la lunga catena che tiene legato Pietro alla guardia e l’armatura di quest’ultima: è curioso l’effetto di riverbero argenteo del metallo. Infine quasi commuove l’atteggiamento di profonda umanità nella posizione abbandonata e dimessa della guardia, che serenamente dorme e non si accorge del miracolo che sta per accadere.
Naturalmente anche questo riquadro è incorniciato in alto e in basso dalle iscrizioni che ne spiegano il valore biblico e teologico. “B. QUI PERSECUTIONEM” (beati coloro che sopportano la persecuzione) si legge superiormente, mentre alla base “SURGE VELOCITER” (alzati, in fretta!), sono le parole che l’angelo dice a Pietro, riferite nel racconto degli Atti.
IL LIVELLO BIBLICO TEOLOGICO
L’episodio illustrato dal Barabini, Pietro liberato dall’angelo, è solamente una parte del lungo e complesso racconto che si legge nel capitolo 12 degli Atti. Inizialmente si parla infatti dell’azione persecutrice di Erode contro i membri della Chiesa e di come Pietro venga fatto catturare e gettare in prigione. Una volta liberato, l’Apostolo viene condotto dall’angelo in città e si dirige in una casa privata dove sa che sono riuniti dei cristiani in preghiera, che rimangono sbalorditi del suo arrivo. Il racconto si conclude parlando del mattino successivo con la sorpresa dei soldati per la sparizione del prigioniero e con l’ira di Erode che addirittura fa mettere a morte le guardie.
In questa parte centrale degli Atti ci viene dunque presentata una Chiesa che si trova a combattere contro l’opposizione dei Giudei e dei Romani e deve affrontare non poche difficoltà, sopportando anche la sofferenza, l’allontanamento, la persecuzione, il giudizio e persino la morte di alcuni suoi membri.
La scelta del pittore di raffigurare come esemplificativa dell’iscrizione B.QUI  ERSECUTIONEM proprio la fi gura di Pietro in carcere, è alquanto significativa. L’apostolo, infatti, è riconosciuto dai primi cristiani come il capo, il prescelto da Gesù per guidare la Chiesa, dunque è anche la persona che vuole esporsi maggiormente alle esigenze della predicazione e della testimonianza di fede. Egli non teme la persecuzione, anzi la affronta con coraggio e determinazione e talvolta anche con uno spirito di sottomissione, quindi è per questo considerato un chiaro esempio di beatitudine.
E’ indubbiamente importante a livello biblico-teologico anche l’iscrizione collocata alla base della raffigurazione: SURGE VELOCITER. Si tratta delle parole che l’angelo dice a Pietro dopo averlo risvegliato: sono un caldo invito ad agire, ad assecondare l’azione divina. Il messaggio è chiaro: non ci si deve abbandonare alla tristezza e allo sconforto nel momento della prova, bisogna reagire, alzarsi, rispondere all’azione di Dio che ci viene sempre incontro, anche attraverso degli eventi misteriosi e talvolta miracolosi. Dio sa quali sono le nostre esigenze e i nostri bisogni, conosce le nostre fatiche e le nostre sofferenze, anche quelle più difficili da sopportare, ma Egli ci invia il suo angelo per condurci oltre, per superare le difficoltà, per non abbatterci e riprendere il cammino.
IL LIVELLO ETICO-PASTORALE
Sia dalla raffi gurazione pittorica che dall’episodio biblico possiamo ricavare degli spunti per una riflessione di carattere etico-pastorale, utili a livello personale e comunitario.
Soffermiamoci innanzitutto sul particolarissimo sguardo di Pietro: i suoi occhi rivelano un senso di stanchezza, di delusione, quasi di apatia e di stordimento, specchio di un’anima che si trova in crisi, nello sconforto e probabilmente nella disperazione. Lo sguardo dell’apostolo, apparentemente perso nel vuoto, incontra però quello dell’angelo che lo conforta, gli ridà sicurezza e coraggio, lo rianima. Anche noi delle volte nella nostra vita abbiamo bisogno di incontrare lo sguardo di Gesù per esserne rincuorati, confortati e incoraggiati. Il suo sguardo è inoltre di misericordia e di comprensione delle nostre debolezze e dei nostri limiti: Egli ci comprende e ci perdona, ma noi siamo disposti a lasciarci perdonare? Abbiamo sempre il desiderio di andarGli incontro per lasciarci nuovamente abbracciare? Rileggendo con attenzione il brano degli Atti che fa da fonte iconografica, possiamo cogliere un elemento che ricorre, anche se apparentemente sembra di secondaria importanza.
Al versetto 5 si dice: “Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui.” Successivamente alla liberazione si afferma che Pietro raggiunge una casa, di una certa Maria, “dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera.”(v.12). Da queste precisazioni comprendiamo dunque che gli Apostoli erano sostenuti da una comunità cristiana che, soprattutto nei momenti di prova, sapeva pregare insieme e incessantemente, con entusiasmo e fede profonda. Potremmo quasi pensare che proprio in virtù di questa preghiera sia potuto avvenire il miracolo della liberazione di Pietro. Dunque come comunità parrocchiale potremmo chiederci quanto per noi valga la preghiera comunitaria, quanta intensità mettiamo nei nostri momenti di preghiera. Crediamo davvero che il nostro pregare insieme possa anche ottenere effetti miracolosi? Abbiamo fiducia nell’azione straordinaria di Dio?
                                                                                                Testo di Giovanni Longoni