Non Siamo Dei

Paolo-Barnaba-Listra

Quel giorno Paolo e Barnaba, secondo me, si sono spaventati. Hanno intuito cosa potesse voler dire approfittarsi del potere loro conferito dallo Spirito. Lasciando Antiochia, si volgono di nuovo ad oriente, avvicinandosi così alla Cicilia, ed entrano in Licaonia. Era una regione triste, in pianura, senz’alberi, scarsa d’acqua, se ne togli qua e là qualche lago salato. Il carattere degli abitanti è descritto nella etimologia tradizionale del nome di Licaonia, che vuol dire: “paese di lupi”. Un paese cosiffatto era difficile che attirasse chicchessia; e nel racconto di Luca non c’è verbo che accenni all’esistenza d’una sinagoga né in Listra né in Derbe. Nel brano che oggi si legge nella liturgia del quinto lunedì di Pasqua, viene ricordato un episodio suggestivo e intrigante. Anche pericoloso, dal punto di vista pastorale. Gli Apostoli fanno un miracolo e gli indigeni li scambiano per divinità. E all’inizio sembra che colti dall’euforia lascino fare. A chi non piace essere osannato, applaudito? Conosco sacerdoti o in genere cristiani che stanno in piedi solo per le gratificazioni. Sempre al centro della attenzione, vittime di un personalismo vanesio e autoreferenziale da far paura. Narciso in confronto era un altruista.

Ebbene una cosa è certa; Paolo e Barnaba, quando i licaoni parlavano nel loro proprio linguaggio, non ci capivano nulla. Se ci avessero capito qualcosa, non si potrebbe spiegare la loro attitudine passiva dinnanzi alla dimostrazione pagana che il testo ci descrive; è chiaro che non avrebbero aspettato l’arrivo dei tori e delle ghirlande per opporsi a quello che succedeva. Dal che oso inferire che il “dono delle lingue”, che Paolo pur possedeva largamente, non consisteva di sicuro nella conoscenza soprannaturale di tutti i dialetti e vernacoli speciali!!

Per capire poi la tensione che serpeggia, concretizzata nel grido dei Licaoni, bisogna ricordare una leggenda. Giove e Mercurio sarebbero scesi in forma umana in quei luoghi, come si narra nelle Metamorfosi di Ovidio; vi sarebbero stati ricevuti da Bauci e da Filemone (bellissima storia d’amore) e, nell’andarsene, avrebbero lasciato ai mortali di Licaonia non pochi segni del loro divino favore. Il luogo dove Giove e Mercurio avevano posato i piedi era venerato come sacro; da lontano venivano in pellegrinaggio a visitarlo ed a recarvi le loro offerte votive.

Poi una curiosità mi prende, perché Paolo lo chiamano Hermes e Barnaba Zeus? Non si sa. La ragione non è detta; forse perché Paolo era il primo a parlare. E Mercurio era il messaggero alato degli dèi; anche se in realtà era Giove a vantare quale attributo speciale, l’eloquenza. Perché poi chiamassero Barnaba, Giove, non si sa. Un padre della Chiesa suppone, e con lui molti altri, che Barnaba fosse di forme atletiche, d’aspetto imponente e maestoso; quindi si capirebbe perché potesse passare per il “re degli dèi” in vacanza!! Supposizioni. In realtà è allarmante per davvero quello che si sta profilando e non vogliono diventare complici di un fraintendimento così grave.

E mentre arrivano le vittae fatte di lana bianca, mista talvolta a foglie e fiori, ghirlande con cui si adornavano le vittime, l’altare, i sacerdoti, gli addetti al sacrificio gli Apostoli fanno un gesto inequivocabile che ci ricorda quando arrestarono Gesù: “si stracciarono le vesti”. All’istante capiscono l’equivoco e bloccano la pantomima.

Molto istruttivo per noi che tendiamo a ricercare il soprannaturale in ogni questione religiosa. Non si fa. Il brano in realtà è molto utile perché mi ha fatto riflettere sull’essenza del ministero a me affidato che consiste in quattro verbi che ho sottolineato in questa pericope: nell’evangelizzare (ευαγγελιζειν ) vale a dire, nell’annunziare Cristo a chi non lo conosce ancora; nello istruire gli evangelizzati per farne dei veri e propri discepoli (μαθητευειν ); nel fortificare il coraggio dei discepoli in mezzo alle lotte esterne del mondo ed alle interne della santificazione (επιστηριζειν nell’esortare e nel confortare (παρακαλειν ) i credenti. Vi confido che quando non ritrovo queste dimensioni nella mia vita, anch’io “mi straccio le vesti” e vado in crisi di identità.

Non siamo dei, siamo discepoli.

Immagine: Paolo e Barnaba a Listra – Olio su tela di Simone Peterzano (1573) – Milano Chiesa dei SS. Paolo e Barnaba

Don Massimo

Don Massimo

Parroco della Parrocchia di San Gerardo al Corpo