Il grido e il silenzio

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Rama di Beniamino era una località sul confine fra i due regni di Israele e di Giuda, nel bel mezzo della Terra Santa ad otto chilometri a nord di Gerusalemme, vicino alla tomba di Rachele. Il giorno della strage degli innocenti ogni anno ci si ricorda di lei del suo grido di dolore. Ci parla di lei il profeta Geremia.

Al radunamento degli ebrei a Rama prima di essere portati in esilio (radunamento forse funestato dall’uccisione di alcuni di loro avvenuta in quel luogo) si riferirebbero queste espressioni bibliche: “In Rama si ode una voce, lamento e amaro pianto; Rachele piange i suoi figli. Ha rifiutato d’esser confortata per i suoi figli, perché non sono più” riprese dall’evangelista. Rachele, moglie di Giacobbe, aveva tanto desiderato avere figli da considerarsi “morta” senza di essi. Ora si poteva quindi dire in senso figurato che Rachele piangeva la perdita degli ebrei morti o portati in cattività. Dato che Rachele era la madre di Beniamino, le parole di Geremia potrebbero riferirsi a lei che piange in particolare per gli abitanti di Rama, beniaminiti. Geremia proseguì spiegando che c’era una speranza, perché gli esiliati avrebbero fatto ritorno. Ecco perché in Matteo 2,18, tali parole profetiche vengono applicate anche al tempo in cui Erode fece uccidere i bambini di Betlemme.

C’è una splendida catechesi di papa Francesco del 2017 dedicata proprio a Rachele. Fu spiegata in Aula Nervi il 4 gennaio. Dice il pontefice: «Rachele è una figura di donna che ci parla della speranza vissuta nel pianto. La speranza vissuta nel pianto. Si tratta di Rachele che muore nel dare alla luce il suo secondogenito, cioè Beniamino”.

Il contesto è di morte, ma diventa occasione per una nuova prospettiva di vita, impensata prima. Rachele viene rappresentata dal profeta come viva a Rama, lì dove si radunavano i deportati, piange per i figli che in un certo senso sono morti andando in esilio; figli che, come lei stessa dice, “non sono più”, sono scomparsi per sempre».

E il papa prosegue:

«E per questo Rachele non vuole essere consolata. Questo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore.

Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili.

Questo rifiuto di Rachele che non vuole essere consolata ci insegna anche quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole così, con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole».

 

 

Don Massimo

Don Massimo

Parroco della Parrocchia di San Gerardo al Corpo

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