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È finita la stagione dei preti operai. Il caso scoppiò soprattutto sotto il pontificato di Paolo VI. Regnava un po’ di ideologia, lasciatemelo dire. Per cui, la vicinanza alle persone, doveva essere dimostrata anche con scelte di questo tipo. Come faccio io ad avere l’ardire di annunciare il Vangelo, se poi non condivido i pesi che le persone portano?

In parte, questo è vero. Eppure, piano piano tale pretesa ha fatto poi i conti con la sua non sostanziale fattibilità. Oddio, alcuni ce la fanno ancora. Come san Paolo che per mantenersi, faceva il tessitore di tende. Io stesso ho lavorato per quasi vent’anni come insegnante. Ma operaio non mi sono sentito mai…

D’altro canto, sono figlio di operaio e so quanti sacrifici ho visto sostenere da mio padre per portare a casa la pagnotta, a moglie e quattro figli. Quindi mi piace che Gesù abbia scelto proprio questo termine.

Insomma, la prima settimana di Avvento termina con un appello. Come si fa a restare con le mani in mano, quando urge l’annuncio? C’è chi ha vangato, seminato, fatto crescere…e allora perché non si trova chi miete e chi raccoglie? Come si fa a non godere del biondo del grano che sventola al sole, quando basterebbe mettersi al servizio? La messe è molta ma non si trova gente che abbia voglia di lavorare.

Spesso mi trovo a pregare per le vocazioni. Ricordo che il giorno della mia ordinazione sacerdotale, sdraiato a terra sul pavimento del Duomo, fra i molti doni che ho chiesto allo Spirito consacratore, c’era anche questo: “Signore, fammi la grazia di incontrare ragazzi e ragazze che vedendomi felice possano avere il desiderio di essere anche loro operai per il tuo Regno!”

Adesso dopo più di trent’anni forse rifarei la stessa preghiera, ma con una umiltà diversa… perché la categoria lavorativa “operaio” oggi è disdegnata persino nel mondo del lavoro… come potrebbe essere accettata da chi vuole venire a lavorare nella vigna del Signore? È molto dura. Devono saperlo.

 

 

Don Massimo

Don Massimo

Parroco della Parrocchia di San Gerardo al Corpo