Discendenza di Abramo

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Dal confronto con le parole pronunciate da Gesù nei confronti dei Giudei subito si comprende che la loro è una fede molto fragile, epidermica. Gesù desidera per loro un salto di qualità ma non sono in grado di farlo; i fraintendimenti delle affermazioni di Gesù si susseguono in un crescendo di distanziamento interiore che giungerà alla rottura completa e al tentativo di lapidare Gesù.

Essi con formidabile prosopopea dichiarano di essere liberi. Non sono mai stati sottomessi a nessuno: anzi rivendicano la paternità addirittura del primo grande credente: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?».

Ritengo, al contrario, che nella nostra relazione con il Padre – se siamo sinceri -, il primo passo da compiere nel nome di Gesù è riconoscere il nostro peccato.

Noi si nasce peccatori, stirpe di Adamo, e come lui peccatori; crescendo poi si commette il peccato di cui si è schiavi, incapaci da noi di trarcene fuori. Il punto capitale sta proprio in questo: ci pensiamo liberi, forti, grandi, padroni di noi stessi e della nostra vita e della vita degli altri e del creato, in grado di fare a meno di Dio e di Cristo, e non ci accorgiamo, invece, che le passioni, il vizio, il mondo… ci posseggono e ci muovono a comando.

Quei contemporanei di Gesù si appellavano al fatto che, in forza della circoncisione, appartenendo alla discendenza abramitica, poteva ben considerarsi depositari delle promesse che Dio un tempo volle rivolgere ad Abramo; si sentivano sicuri e certi dell’aiuto divino.

Oggigiorno si porterebbero altri elementi per dirsi liberi, aggravate dal fatto che sono motivazioni per niente di carattere religioso, ma la sostanza del discorso, però, non cambia: non vogliamo ammettere, a noi stessi per primi, di non essere liberi.

La nostra libertà attende di essere ancora liberata.

Essere discendenza di Abramo secondo verità significa compiere «le opere di Abramo». Che fece Abramo? «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (Gen 15,6)», cioè confessò la sua pochezza, la sua creaturalità, si rimise nelle mani di Dio. Obbedì e partì. Lasciò la sua terra e si mise in cammino.

Chi si dimostra così nei confronti di Cristo, dà prova d’essere figlio di Abramo, d’avere Abramo per padre (spiritualmente parlando), poiché assume anch’egli il medesimo metro di valutazione di sé stesso che ebbe Abramo e come questi accoglie la rivelazione divina quale respiro della sua vita.

Sarebbe interessante poi sviluppare il discorso, apprezzando questa nostra fratellanza con ebrei e musulmani. Entrambi riconoscono Abramo come padre.

Don Massimo

Don Massimo

Parroco della Parrocchia di San Gerardo al Corpo

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