Oggigiorno Paolo sarebbe un poco in difficoltà. L’uomo contemporaneo considera naturale tutto ciò che ci capita. Invece quello che viviamo nella carne spesso va contro lo Spirito, che invece desidera abitare in noi. Non fossilizziamoci solo sul sesso, sulla castità, sulla purezza. Il discorso è molto più ampio e si rifà al peccato di origine. Paolo ha in mente la tensione esistente nell’intimo dell’uomo, appunto nel suo “cuore”. Il corpo quasi sempre si impone e prende il sopravvento.
La terminologia paolina, tuttavia, amplia ancora di più: qui il predominio della “carne” sembra quasi coincidere con quella che, secondo la visione giovannea, è la triplice concupiscenza che “viene dal mondo”. La “carne”, nel linguaggio delle lettere di San Paolo, indica non soltanto l’uomo “esteriore”, ma anche l’uomo “interiormente” assoggettato al “mondo”, in certo senso chiuso nell’ambito di quei valori che appartengono solo al mondo e di quei fini che esso è capace di imporre all’uomo: valori, pertanto, ai quali l’uomo in quanto “carne” è appunto sensibile. Tutto ci condanna ad una sorta di “sensualismo”. L’uomo che vive “secondo la carne” è l’uomo disposto soltanto a ciò che viene “dal mondo”: è l’uomo dei “sensi”, l’uomo soggetto alla concupiscenza. Tale uomo vive quasi al polo opposto rispetto a ciò che “vuole lo Spirito”. Lo Spirito di Dio vuole una realtà diversa da quella voluta dalla carne, ambisce una realtà diversa da quella che la carne ambisce e ciò già all’interno dell’uomo, già alla sorgente interiore delle aspirazioni e delle azioni dell’uomo: “Sicché voi non fate quello che vorreste” (Gal 5,17). Se lo Spirito di Dio inabita in noi, noi non siamo più schiavi della concupiscenza degli occhi, della carne e della superbia della vita.


