Guai a me se non evangelizzo

Altra parola chiave di Paolo è il verbo “evangelizzare”. Lui sentiva l’urgenza e il dovere spirituale di annunciare il vangelo. Per la precisione l’apostolo delle genti usa l’esclamazione “Guai a me se non evangelizzo!” che si rifà ad una espressione tipica presente ben 97 volte nel primo testamento, soprattutto nei profeti. Il messaggio è chiaro: la predicazione non è uno sfizio personale, ma un dovere successivo alla vocazione. È come se scattasse un obbligo morale ineludibile in chi sente l’urgenza della missione. È proprio il contrario del proverbio sapienziale che insegna il quieto vivere: “Un bel silenzio non fu mai scritto!” Qui si constata l’esatto opposto: chi ha incontrato Gesù non può starsene zitto! Non potrò tacere mio Signore le meraviglie del tuo amore…si canta nella liturgia! Chi sperimenta la salvezza, non può non pensare agli altri. Ti nasce dento il desiderio di portare tutti in Paradiso. Vengono in mente grandissimi santi come Filippo Neri e Giovanni Bosco…

E per fare meglio, per dare il meglio ognuno mette al servizio del Signore i talenti che ha. Paolo lo chiarisce bene. Non è per il suo orgoglio, ma per fornire un servizio disinteressato alla volontà divina. Per noi contemporanei, l’evangelizzazione continua diventa incoraggiamento ad essere più fedeli al mandato di Gesù che ci manda come agnelli in mezzo ai lupi ma ci esorta a non aver mai paura perché la messe è ancora molto abbondante. Quanto persone ancora al mondo non hanno mai sentito parlare di Gesù? Tutti quei miliardi di esseri umani che potrebbero convertirsi alla verità di Cristo ma non lo possono fare perché ancora non ne hanno sentito parlare!!

«Guai a me se non evangelizzo» è un grido di responsabilità spirituale. Sottolinea che la chiamatacristiana comporta impegno attivo nel condividere la fede e nell’essere testimoni vivi del Vangelo. Tutti noi battezzati dovremmo esserne consapevoli.

DESIDERO RICEVERE LA BENEDIZIONE