Partirei da questo aforisma: «La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso». È di Albert Einstein. Mi ricorda tanto una intercessione finale della preghiera dei vesperi: “Donaci Signore di ricercare sempre la verità e di non smetterla di cercarla anche quando l’abbiamo trovata”. Oggi, infatti, mi soffermo su questo inciso che san Paolo ha bisogno di dire nella seconda lettura della Messa odierna. Innanzitutto, c’è da chiedersi se l’uomo contemporaneo è sensibile a questa ricerca. Cercarla è più importante dell’ottenerla. Infatti questo indica l’onestà intellettuale di chi non ritiene di possederla. Ciascuno infatti parla sostenendo di dire il vero. E si confonde la grande Verità con la V maiuscola, con il proprio parere personale che il più delle volte è anche misero e banale. Ci vuole molta umiltà per capire che la maggior parte della realtà conoscibile non è ancora alla portata dell’uomo. Per noi cristiani, la verità è Cristo…ma nemmeno Gesù risponde a questa inquietante domanda postagli da Pilato sul pretorio: “Quid est veritas?”
Paolo usando più volte questa espressione biblica intende farci capire che quello che sta dichiarando con sincerità non è qualcosa di suo, una considerazione tutta sua…ma qualcosa che necessita di essere riconosciuta in tutta la sua autorevolezza che proviene solo dalla rivelazione di cui è protagonista Gesù, il grande – appunto – rivelatore del Padre.
È come se dicesse: quello che vi dico, è Cristo stesso che me lo ha rivelato. E tutti noi sappiamo che se non si riconoscesse un legame personale di Paolo con Cristo risorto, non si riuscirebbe a motivare gran parte del Nuovo Testamento. Paolo è testimone che le verità di fede da lui trasmesse sono radicate nella comunione con Gesù. Chi dice “in Cristo” vuole ribadire con decisione che quanto dice è mediata dalla fede e dalla unione con Gesù.
Parlare “in Cristo” insomma implica che la propria vita e le proprie parole siano conformi agli insegnamenti e all’amore di Cristo.


