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Undici

undici

Nel vangelo delle piccole cose, non può sfuggirmi questa indicazione numerica che potrebbe passare inosservata. Ormai i discepoli sono undici e non più dodici, perché uno ha tradito e ha deciso di farla finita. Il fatto che si rimarchi che sono undici, potrebbe ricordare qualcosa di spiacevole. Non è bello che qualcuno tradisca. Soprattutto il Figlio di Dio!

Forse però consola sapere che la prima comunità cristiana si riconosce come imperfetta.  Undici cioè…manca uno a fare dodici. E dodici per la Bibbia è il numero perfetto per eccellenza. Ma meno male che è così! Le eresie più tristi nella storia sono quelle riguardanti i cristiani che si consideravano perfetti, puri. Anzi oso affermare che se una comunità si dichiarasse perfetta, io preferirei scapparne via! Per questo sono grato al Signore che ha concesso perfino ai pagani di entrare nella comunità dei discepoli, accogliendoli così come sono; lontani, non preparati, culturalmente diversi, sensibili ad altri valori… Si diventa di Cristo, non per privilegi particolari, non per doti esimie né per titoli onorifici…ma così come si è. È la forza della Chiesa: essere aperta a tutti, non una setta di perfetti, di farisei, di moralisti. Non sarebbe la Chiesa voluta da Gesù. Non sarebbe la Chiesa che amo.

 E oltre al numero “undici” così evidenziato, mi colpisce anche il fatto che Matteo li chiami discepoli. Arriverà il dodicesimo affinché l’istituzione sia di nuovo rispettata, con Mattia. Ma Matteo insiste sul fatto che siamo tutti discepoli, non c’è nessun maestro, nessun padre buono (Perché mi chiami buono? – aveva detto Gesù).

L’importante è solo essere tutti fratelli. La parola discepolo deriva dal lt. discĕre: uno che impara. Lo stolto si distingue dal sapiente perché lo stolto sa sempre tutto e non saprà mai nulla di più di quello che sa, il sapiente è quello che impara sempre da tutti con molta modestia. Il discepolo è uno statuto di modestia, che è lo statuto fondamentale della persona che vuol capire. Se uno vuol fare il maestro vuol dire che non sa già più niente perché non capisce più: non capisce quello che sa che è sempre nulla e non si rende conto nemmeno di quello che non sa. Gesù ci vuole discepoli prima che apostoli. Il segno di questo richiamo alla umiltà è il fatto che li invia in Galilea, non nella capitale. La Galilea delle genti è simbolicamente il luogo della ferialità, quotidianità, periferia si direbbe ora, dove si erano raccolti i primi discepoli. E dove Gesù è vissuto a lungo.

Che significa? Che l’incontro con Signore risorto è nella quotidianità della vita. Non dipende da tecniche o da luoghi, non lo apprendi con la concentrazione o andando sette settimane in Tibet. Non è un’esperienza particolare e riservata solo a qualcuno perché ha fatto particolari esercizi che ne so…ad Assisi o a Loyola… è nella quotidianità del tuo rapporto con il Padre. Riscopri lì di essere figlio.

Don Massimo

Don Massimo

Parroco della Parrocchia di San Gerardo al Corpo

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