La vita eterna

È il Giorno dei Morti. Li commemoriamo. E con questo rituale siamo costretti a pensare a quello che ci aspetta: la vita eterna. Ho conosciuto una parrocchiana che era assillata dal concetto di eternità, ne aveva quasi paura. Non capiva l’intrecci fra tempo ed eterno che si annodano tra loro, pur essendo così differenti. Mi chiedeva: “Ma cosa faremo per l’eternità?” É chiaro: noi guardiamo o viviamo nella prospettiva del tempo e sentiamo ancora remota la pienezza dell’eternità. Non per nulla Paolo nella Lettera ai Romani (8,18-27) usa immagini di parto, di attesa, di tensione impaziente perché il nostro tempo è “pesante”, segnato dal male e scandito dal dolore e dalla morte. Gesù ricorrerà al simbolo del seme di senape che è piccolo e sepolto dalla terra e che deve vivere una lunga avventura prima di crescere in albero frondoso. Tuttavia se ci poniamo dall’angolo di visuale di Dio, cioè nell’eternità, non si ha − come accade a noi che siamo nel tempo − un “prima” e un “dopo”, un fare e un non fare, soffrire o godere. Sono tutte dinamiche dell’al di qua, non dell’al di là!

Tutto è contratto e condensato in un punto, in un istante, in un evento unico e compiuto. In esso c’è già la pienezza di quel seme, c’è la meta di quell’attesa, ci sono già la salvezza e il giudizio, la morte e la risurrezione, come dichiara Gesù in quella notte a Nicodemo: «Chiunque crede nel Figlio dell’uomo ha già la vita eterna […] Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato» (Gv 3,15.18). E più avanti nello stesso quarto Vangelo si leggono queste altre parole di Cristo: «Chi ascolta la mia voce e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (5,24).

E se poi pensiamo che alla sera della vita saremo giudicati in base all’amore, ogni paura ogni dubbio ogni tentennamento spariscono. Io ogni tanto, come il buon ladrone, mi immagino di sentirmi dire da Gesù: “Oggi sarai con me in Paradiso”. E sorrido.

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