Ci sono dei passi significativi di san Paolo che parlano della stoltezza del mondo. Contro la tentazione di ridurre il cristianesimo a un sistema filosofico, di riportare la fede a una mera “gnosi”, cioè a una concezione intellettualistica, l’Apostolo propone con veemenza il cuore stesso dell’evento e dell’annunzio cristiano, la croce con Gesù crocifisso. C’è una ricerca di segni, di miracoli. C’è una sapienza solo razionale che pretende di spiegare tutto con la logica del mondo.
Al contrario il cristianesimo presenta un Crocifisso, cioè un condannato a morte secondo il supplizio capitale riservato agli schiavi e ai terroristi di allora. I Giudei, di fronte a questo segno, reagiscono scandalizzandosi; i Greci, invece, vi ironizzano sbeffeggiandolo come una “stoltezza” insensata. Eppure, quell’emblema piantato nella terra della storia è diventato la vera “potenza” e l’autentica “sapienza”.
È ciò che scopriamo quando abbiamo il coraggio di risalire per davvero l’erta dell’esperienza cristiana, sia credenti che no. È questa la provocazione evangelica, e questo è abbastanza vicino al cuore della predicazione paolina. Si ribaltano paradossalmente le categorie umane. Infatti, la morte di Cristo così infame e misera, vero e proprio nadir infernale per la sapienza comune, si trasforma nello zenit celeste della salvezza e della gloria. Il contrasto sarà formalizzato dall’Apostolo in una frase di grande incisività ed efficacia: «La stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini».


