Il mondo è animato da una sapienza che non ha nulla a che fare con quella cristiana. È anzi dominato da persone che nulla hanno a che fare con lo spirito evangelico. San Paolo con il suo genio di ex-convertito mette tutta la sua intelligenza al servizio della verità cristiana di cui ormai è innamoratissimo. Cosa ci insegna? Che il cristiano pur appartenendo al mondo non segue le logiche del mondo. Ricordate cosa scrisse a quel patrizio romano che aveva avuto una questione con il suo schiavo. Entrambi erano cristiani. Al padrone deve essere ormai non più strano trattare Onesimo in un modo diverso. Filemone avrà concesso la libertà al suo schiavo sul quale aveva diritto di vita e di morte e poteva trattarlo tranquillamente come un animale. Adesso invece lo chiama “fratello carissimo” nel Signore. Il genio di Paolo riuscì a minare dal di dentro la visione del mondo pagana molto lontana da Dio senza andare contro le persone, senza arroccarci contro. Paolo riuscì a farsi capire dagli uomini del suo tempo; e così trasformò in realtà la missione insostituibile che noi cristiani abbiamo nel mondo, descritta con parole sublimi nella Lettera a Diogneto. Noi siamo in questo mondo ma senza essere del mondo, aveva detto il Vangelo. Arroccarsi contro il mondo equivale ad abbandonare il posto che Dio ci ha assegnato. Il genio paolino ci insegna che possiamo continuare a essere l’anima del mondo, senza rinunciare ai nostri principi e senza rinnegare la nostra essenza. Ecco la tensione annessa alla concezione del mondo in San Paolo: una doppia appartenenza.

Non riconoscono alla città, al mondo, il privilegio di dettare le regole del loro fine e, tuttavia, non si staccano da essa e cercano di collaborare con tutti a costruire a città terrena. È un concetto nuovo: il cristiano accetta la città, ma con la riserva che gli proviene dall’appartenenza ad un altro Regno che sta prima e oltre lo Stato, che non è visibile; nello stesso tempo la città appartiene allo stesso Dio che è il Dio della città celeste. Ne deriva che lo Stato non è estraneo a Dio; quindi, i cristiani devono essere nel mondo per realizzare la loro vocazione, salvare il mondo e non essere di questo mondo.

Tensione drammatica non semplificabile perché se la si semplifica la si tradisce, se si enfatizza l’essere nel mondo a scapito del non essere si scade in quello che noi chiameremmo secolarismo; se invece si enfatizza il non essere di questo mondo rispetto all’essere si fugge dal mondo, “l’angelismo della fuga” come diceva Lazzati. È chiaramente una spiritualità laica, potremmo sintetizzare. Prezzo? Contrasti e persecuzioni. Oggi come allora. La riprovazione dei cristiani è il prezzo sacrificale che la logica dell’amore che dona paga alla logica del mondo.

Questo martirio non è subito con angoscia, ma è occasione di testimoniare serenamente la vittoria sull’egoismo che produce la salvezza. La conclusione sintetica di questa posizione è affidata a queste parole: “In una parola, ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo”. Anche il Concilio Vaticano ha recepito questo nella Lumen Gentium al numero 38.

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