Abbiamo associato per secoli il termine carne all’aggettivo “carnale” bloccandolo nella sfera sessuale, materiale e a volte pornografica. Risaliamo all’originale paolino. Nelle sue epistole in realtà questa parola ha molteplici significati che spaziano dal corpo umano (che non è per niente colpevolizzato) alla imprescindibile condizione di peccato in cui fatalmente vivono tutti i figli di Adamo. E lì è evidenziata la tensione che si crea forzatamente tra carne e spirito. Noi siamo in pace con il nostro corpo? Conviviamo serenamente? Bene. Perché in alcuni passaggi per Paolo “Carne” si riferisce al proprio corpo e a quello dei fratelli e delle sorelle. È bene. Il corpo l’ha creato Dio ed è considerato buono in sé. Pensiamo il corpo in relazione al matrimonio, dove – dice l’apostolo – marito e moglie sono una sola carne. In altri contesti invece può indicare la parentela, la consanguineità cioè la connessione tra le persone come nel libro della Genesi dove ci sono espressioni tipo: “nostro fratello e nostra carne”. Ma talvolta genericamente, il termine si riferisce semplicemente all’intera umanità.
A noi interessa quando è sinonimo di debolezza e fragilità perché “carne” rappresenta la condizione umana soggetta alla caducità, alla corruzione, alla malattia e infine alla morte. Come nel salmo 78 dove si ricorda che gli esseri umani sono solo “carne, un soffio che va e non ritorna”. E allora si che ritorniamo al punto di partenza, perché accettare la nostra fragilità significa guardare in faccia anche la nostra condizione di peccato e di possibili peccatori. Ci sarà qualcuno che nasce senza “peccato originale”? Non so, ma mi consola sapere che anche i più grandi santi sono stati fragili e peccatori come me. In Galati 5, Paolo è chiarissimo e onestissimo: elenca le opere della carne e non teme di includervi i peccati sessuali come fornicazione, impurità e discordie. E mentre non condanna chi cade, ricorda però che esse non sono secondo la volontà di Dio. Anzi le sono contrarie. A questo proposito San Paolo contrappone frequentemente la carne allo spirito, evidenziando una tensione interna nell’uomo. La carne è vista come incline al peccato e alle passioni, mentre lo spirito è associato alla vita secondo Dio. La carne ha desideri contrari allo Spirito. Questa dualità implica che l’uomo ha la possibilità di scegliere tra seguire le inclinazioni della carne o vivere secondo lo Spirito di Dio. Concludo ribadendo che in Paolo il concetto di carne è complesso e ha molte facce, riflettendo le sfide della condizione umana e la necessità di una vita guidata dallo Spirito. Comprendere questi significati è fondamentale per una corretta interpretazione del suo pensiero (spesso si fa di Paolo un retrogrado, fanatico, maschilista…e non è così) sia per la serenità della nostra vita cristiana, spesso tentata di scrupoli ed ossessioni. Insomma, con buona pace di tutti occorre riconoscere che la carne, pur essendo parte della creazione di Dio e dunque buona, è anche un simbolo delle debolezze umane e della necessità di redenzione attraverso Cristo.


