Nei Vangeli e soprattutto nei racconti della Passione troviamo una prospettiva storica e narrativa. Paolo di Tarso affronta il patire di Cristo (la Passione e la morte di Gesù) con una prospettiva teologica e redentiva e la sua interpretazione è fondamentale per comprendere il senso cristiano della sofferenza e della salvezza. Insiste sul fatto che la morte di Cristo è un sacrificio per la remissione dei peccati. Nei suoi brani più significativi colpisce la sottolineatura della sofferenza che non è solo fisica, si espande piuttosto sino a rivestire un valore redentivo e universale, come mediazione tra Dio e l’umanità. Patendo Cristo ci giustifica permettendo a ciascuno di noi di partecipare alla vita nuova. In realtà – dobbiamo ammetterlo – noi contemporanei abbiamo perso il senso della sofferenza rispetto ad altri secoli dove era importante anche una mistica, per così dire del dolore. A noi il dolore fa paura. Lo aborriamo. Per cui di fronte alla proposta del patire come modello di vita per i cristiani, inorridiamo. Eppure, ci piaccia o no, c’è una percezione simbolica del reale che di permette di dire che il patire di Cristo diventa partecipazione alla sua stessa vita. Qualcuno arriva ad accogliere questo pensiero: “Se Lui ha sofferto così per me, perché io non posso soffrire per lui?” intendendo che il dolore può avere un senso redentivo e trasformante nella vita. Quante volte ho sentito dire da un genitore per esempio: “perché Dio non ha dato a me la sofferenza che sta vivendo mio figlio?”
Sono argomenti atroci. Cristo patì. E patendo ci ha lasciato un esempio. È troppo poco pertanto considerarlo un evento come gli altri. No. È un atto salvifico per tutta l’umanità. Con il suo patire Cristo ci ha riconciliato con il Padre. I credenti amano questo mistero. Tutti gli altri: atei, pagani, agnostici… si lascino interpellare da un gesto così personale e cosmico allo stesso tempo.


