Oggi giorno la gente conosce maggiormente il termine “carma” che proviene dal mondo orientale e indicherebbe il principio di causa ed effetto morale: le azioni di una persona generano una conseguenza diretta nella propria vita, presente o futura. In realtà il carma non è dono o talento, ma risultato diretto della responsabilità morale autonoma dell’individuo. In questo c’è una consonanza con la sensibilità cristiana che riconosce una persona che ha carisma. Dal greco charisma («grazia», «dono gratuito»), il carisma indica un dono speciale dello Spirito Santo, finalizzato al bene della comunità (1 Corinzi 12, 7), che può manifestarsi come capacità di insegnare, guidare, curare o incoraggiare. Non è un potere individuale fine a sé stesso, ma una risorsa per servire gli altri. Dalla liturgia di oggi, dunque, recuperiamo un’altra parola chiave paolina. Ne parla come un dono gratuito dello Spirito Santo, destinato non alla gloria individuale, ma all’utilità e al bene comune della Chiesa. Soprattutto nel Nuovo Testamento appaiono come doni non meritati dall’individuo ma concessi liberamente da Dio, e comprendono sia le capacità ordinarie, come l’insegnamento o il ministero, sia doni straordinari o mistici, come la profezia, le guarigioni o la glossolalia (poter parlare in lingue sconosciute e mai imparate). Chi poi è dotato di carisma sa combinare insieme suoi tratti personali di presenza, simpatia ed empatia con una comunicazione efficace che rende la persona magnetica e capace di influenzare gli altri positivamente. Anzi, di contagiare tutti con la propria fede. Lo ribadisco affinché nessuno monti in superbia: il carisma non è una qualità personale da esibire, ma un dono da mettere al servizio della Chiesa attraverso l’amore e la cooperazione tra le membra del corpo di Cristo. E tu che carisma hai?

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